The Casus Belli Paradox
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Esiste un filo rosso, sottile ma resistentissimo, che collega la disinformazione classica alle cause preconfezionate utilizzate per giustificare le aggressioni militari. Il meccanismo psicologico alla base è identico: individuare un vulnus, una ferita aperta nella percezione collettiva, e infilarci il dito dentro finché l'indignazione non copre la ragione.
Prendiamo lo scenario venezuelano o l’archetipo di interventi simili nella storia recente. Il copione è sempre lo stesso. Al centro della scena viene messo un fatto reale ed esecrabile... un dittatore, una figura indifendibile, un uomo che ha affamato il suo popolo o soppresso le libertà. È vero che è un dittatore? Sì. È vero che è una pessima persona? Probabilmente sì.
Ed è qui che scatta la trappola.
Il "trucco" della narrazione bellica moderna non sta nell'inventare il male, il male esiste, ma nel selezionarlo e confezionarlo. Il dittatore di turno è un fatto utile, un catalizzatore perfetto per mascherare i reali interessi in gioco, che quasi sempre hanno l'odore pungente del petrolio o la freddezza del posizionamento geopolitico, trasformando un'azione predatoria in una pseudo crociata umanitaria.
Funziona perché fa leva sulla nostra empatia. Chi avrebbe il coraggio di scendere in piazza a difendere Maduro? (qualcuno in realtà l'ho pure visto...)
Eppure, è proprio su questo disagio che si costruisce il consenso per la violazione sistematica del diritto internazionale.
Abbiamo visto questo schema ripetersi decine di volte e i paladini della giustizia sono sempre gli stessi...
Si trova un pretesto moralmente inattaccabile (la democrazia, i diritti umani, la libertà) e lo si usa come cavallo di Troia per obiettivi che di nobile non hanno nulla. L'opinione pubblica viene sensibilizzata a comando: si accendono i riflettori sulle atrocità del nemico del momento, mentre si tengono spenti su quelle degli "amici" o sugli effetti collaterali delle nostre stesse bombe.
Questo "giochetto", deprimente nella sua ciclicità e nella sua efficacia, mette in crisi profonda chiunque provi a mantenere una posizione critica sulle due polarizzazioni.
La tragedia per chi ci prova è la solitudine.
Ti ritrovi in una terra di nessuno.
Da un lato, non sei il tipo di persona che andrà a manifestare con le bandiere del dittatore, gridando che è un benefattore incompreso. Sai che non lo è.
Dall'altro, non sei nemmeno disposto a restare a guardare in silenzio, o ad applaudire, quando una potenza straniera decide deliberatamente di calpestare la sovranità altrui e le regole internazionali, senza alcun mandato se non quello della legge del più forte.
Il problema è che le tifoserie funzionano diversamente. Non giudicano l'azione, giudicano chi la compie. E così chi si ostina a condannare ogni violazione del diritto internazionale si ritrova, a fasi alterne, sotto il fuoco di curve opposte.
Ieri eri un servo dell'imperialismo atlantico. Oggi sei un utile idiota dei regimi autoritari. Domani, chissà, tornerai a essere un agente della CIA. Non perché tu abbia detto cose diverse, hai detto esattamente la stessa cosa, che bombardare è sbagliato, ma perché nel frattempo è cambiata la maglia di chi bombarda.
È la logica del tifo applicata alla geopolitica: non esistono principi, esistono squadre. E chi si rifiuta di indossare una casacca diventa automaticamente un nemico per tutti. Un traditore a intermittenza, accusato volta per volta di tradire cause opposte.
Non c'è spazio per la sfumatura. Non c'è spazio per dire: "Lui è un criminale, ma bombardare un Paese per rubarne le risorse è lo stesso un crimine". La polarizzazione richiede tifosi, richiede fedeltà cieca, non pensiero critico.
Prendendo schiaffi a destra e a sinistra, mentre cerchi di tenere il punto in un mondo che vede solo Stelle, Strisce, Falci e Martelli, arrivi a una conclusione amara e ironica. Forse l'unica forma di resistenza rimasta, l'unico rifugio per chi rifiuta questo schema, è una sorta di moderazione radicale. In un'epoca di estremismi urlati e di guerre sante per il profitto, sono sempre più convinto che morirò da democristiano. Non per fede, ma per legittima difesa intellettuale.
L'alternativa, arrendersi a una delle due narrazioni preconfezionate, sarebbe peggio.
Sarebbe smettere di pensare.