Gabriele Venturini
@ilventa

La ricalibrazione dell'illusione Brexit

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La ricalibrazione dell'illusione Brexit

L’illusione del controllo è, da sempre, l’oppio dei popoli che non sanno più abitare il proprio tempo. È una promessa rozza ma efficace: tagliare i legami, chiudere i cancelli (porti), gridare "ce la facciamo da soli" e il mondo, per magia, tornerà a essere semplice. La Brexit è stata questo: una favola raccontata a una nazione stanca, persuasa che la complessità fosse un complotto e l’interdipendenza una forma di servitù. Oggi, guardando verso le scogliere di Dover, non si scorge il profilo fiero di una potenza globale ritrovata, ma quello incerto di un’isola che ha deciso di amputarsi un braccio sperando di correre più veloce. Un gigante che inciampa nei propri lacci.

Ricordate? Il Regno Unito doveva diventare la "Global Britain", la "Singapore sul Tamigi", il laboratorio di un capitalismo agile e deregolamentato, libero dai vincoli continentali. A distanza di anni, la realtà è molto meno esotica. Secondo stime ampiamente condivise dagli stessi istituti britannici, la Brexit ha ridotto il PIL del Regno Unito di circa il 4% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Unione Europea. Il commercio di beni con l’UE è sceso stabilmente, con cali a doppia cifra per molti settori manifatturieri. Gli investimenti delle imprese, invece di decollare grazie alla "libertà ritrovata", sono rimasti cronicamente depressi: il Regno Unito è oggi l’unico Paese del G7 che non ha recuperato i livelli di investimento pre-pandemia.

Eppure le promesse erano nette, scandite come slogan pubblicitari: più crescita, meno burocrazia, frontiere sotto controllo, leggi scritte "a casa nostra", accordi commerciali migliori. L’esito è una collezione di contraddizioni. La tanto decantata "libertà di legiferare" si è tradotta in una duplicazione normativa che ha aumentato i costi per le imprese, costrette a rispettare standard diversi per vendere dentro e fuori dall’UE. L’uscita dal mercato unico ha introdotto attriti ovunque: ogni camion fermo ai porti, ogni certificazione aggiuntiva, ogni controllo sanitario è un freno reale alla competitività. La burocrazia non è sparita: è raddoppiata, solo che ora pesa tutta sulle spalle britanniche.

Il controllo delle frontiere, grande feticcio della campagna referendaria, è forse il fallimento più grottesco. La Brexit doveva fermare l’immigrazione. Invece, dopo l’uscita dall’UE, l’immigrazione netta nel Regno Unito ha raggiunto livelli record, superando in alcuni anni le 700.000 persone. È cambiata la provenienza, non il fenomeno. I lavoratori europei, che entravano con diritti chiari e spesso occupavano ruoli chiave nell’edilizia, nella sanità, nell’agricoltura, sono stati sostituiti da flussi extraeuropei, in un sistema più fragile e con meno strumenti di integrazione. Risultato: carenza di manodopera, servizi sotto pressione, salari che non crescono come promesso e un sistema di accoglienza più costoso e meno efficiente. Hanno distrutto la libertà di movimento per ottenere più caos, non più ordine.

Keir Starmer governa oggi questo paesaggio con la cautela di chi sa di camminare su un campo minato. Il suo “reset” dei rapporti con l’Unione Europea è un tentativo di riduzione del danno, non una conversione ideologica. Parla di cooperazione, di pragmatismo, di allineamento selettivo. Ma si guarda bene dal pronunciare le parole proibite: mercato unico, unione doganale, libertà di movimento. Le sue “linee rosse” assomigliano sempre più alle pareti di una gabbia che il Labour non osa aprire per non risvegliare i fantasmi del 2016. Intanto, però, la realtà economica non aspetta i tempi della narrativa politica.

Il Regno Unito di oggi è costretto a elemosinare accordi settoriali su tutto ciò che prima era automatico: energia, standard alimentari, controlli veterinari, cooperazione scientifica, mobilità giovanile, sicurezza. Presi singolarmente sembrano dettagli tecnici; messi insieme compongono una caricatura dell’appartenenza all’UE, privata però del diritto di voto. Seguire regole scritte altrove perché il mercato a cui vuoi accedere è più grande di te. Questa è la "sovranità" prodotta dalla Brexit, bella è?

In questo quadro va ricordato anche il ruolo degli Stati Uniti di Donald Trump. Durante il suo primo mandato, Trump sostenne apertamente la Brexit, promettendo al Regno Unito accordi commerciali straordinari e una relazione privilegiata che avrebbe compensato l’uscita dall’UE. Era una promessa perfetta per la propaganda: semplice, muscolare, totalmente scollegata dalla realtà. Gli accordi non sono arrivati, o sono rimasti marginali. Washington ha continuato a negoziare in base al proprio interesse, come fa sempre. E Londra ha scoperto che non esistono protettori geopolitici disposti a sacrificarsi per l’ideologia altrui. Benvenuti nel fantastico mondo dei sovranisti.

Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente italiano. Perché se la Brexit è stata un errore britannico, l’idea di imitarla sarebbe una catastrofe. Il Regno Unito, nonostante tutto, dispone di asset che noi non abbiamo: una lingua globale, una piazza finanziaria di prim’ordine, legami storici e commerciali che attraversano continenti, un peso diplomatico costruito in secoli di impero, il Commonwealth. Eppure, anche con questo capitale, sta pagando un prezzo altissimo per l’illusione di tornare ai fasti del passato.

L’Italia, invece, è strutturalmente intrecciata al mercato unico europeo. Oltre la metà del nostro export va verso l’UE. Le nostre filiere industriali sono integrate con quelle tedesche, francesi, spagnole. Le piccole e medie imprese che tengono in piedi il Paese prosperano proprio grazie all’assenza di barriere interne. Pensare a un’Italia fuori dall’Unione significa immaginare dazi, certificazioni divergenti, tempi più lunghi, costi più alti, margini erosi. Significa immaginare il "Made in Italy" strangolato dalla stessa burocrazia che oggi i sovranisti fingono di combattere.

Chi oggi, in Italia, professa sovranismo, Italexit e altre varianti di questo pseudo culto dell’isolamento non è un "pensatore controcorrente": è un analfabeta geopolitico o un disonesto con accesso a un megafono.