Gabriele Venturini
@ilventa

La fabrica del consenso

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La fabrica del consenso

Ho passato le ultime ore a leggere un paper pubblicato su Nature Scientific Reports (nature.com), una fonte che, per chi non lo sapesse, non è esattamente il blog del cugino complottista che condivide meme su Facebook. Quando Nature pubblica, non lo fa per raccogliere like. Lo fa dopo un processo di revisione paritaria (peer-review) che farebbe impallidire i tribunali dell'Inquisizione per severità e rigore metodologico. Se è lì sopra, significa che i dati sono solidi, la statistica è blindata e le conclusioni non sono opinioni: sono fatti.

Secondo i dati siamo diventati cavie, secondo me molto più corretto il termine "soldati militanti inconsapevoli", anche per rimanere in tema di Cyber-defense che spesso si fa fatica a capire. Siamo fanteria arruolata a nostra insaputa, spedita al fronte di una guerra cognitiva combattuta a colpi di algoritmi a bot.

Per capire la magnitudo del fenomeno, dobbiamo avere il coraggio di guardarci indietro senza sconti.
Ricordate gli anni in cui l'Italia gridava allo scandalo per il conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi? Era un'anomalia democratica: un uomo che possedeva le reti televisive e guidava il governo. Ci siamo indignati, abbiamo riempito le piazze, abbiamo scritto fiumi di inchiostro su quanto fosse pericoloso che un solo imprenditore potesse orientare l'opinione pubblica attraverso il telecomando.

Eppure, col senno di poi, quel pericolo appare quasi "onesto" nella sua goffaggine analogica. Quando guardavi il TG4 di Emilio Fede, sapevi cosa stavi guardando. Il logo era lì, in alto a destra. La parzialità era sfacciata, urlata, visibile. Potevi spegnere. Potevi cambiare canale. Il nemico/amico era identificabile e il conflitto d'interessi era un elefante nel salotto: enorme, ingombrante, ma impossibile da non vedere.

Oggi? Oggi quell'elefante è diventato un virus invisibile. Non ci rendiamo minimamente conto che il potere di controllo esercitato dalle attuali infrastrutture digitali fa sembrare l'impero Fininvest una tipografia di provincia.

Non siamo più di fronte a un telegiornale che cerca di convincerci; siamo di fronte a un sistema che decide se verremo a conoscenza di un fatto, come ci verrà presentato e cosa penseranno i nostri amici al riguardo.

Lo studio di Nature mette nero su bianco un dato che dovrebbe far saltare sulla sedia qualsiasi garante della democrazia (se ne esistessero ancora di svegli), non so magari tra un sorrisino e l'altro... Durante i periodi elettorali, come le ultime presidenziali USA, l'attività dei bot passa da una presenza fisiologica del 18% a un mostruoso 43%.

In pratica quasi la metà delle interazioni, dei commenti, delle condivisioni che vedete sotto i post politici o i trend topic non provengono da esseri umani. Sono macchine. Ma attenzione, non sono macchine neutrali. Sono amplificatori selettivi.

Il dato agghiacciante è l'esplosione di questi account automatizzati proprio su quelle piattaforme che hanno fatto della "libertà di parola" (o della sua caricatura) il loro nuovo brand.

E qui, scatta la domanda retorica a cui vi prego di dare risposta da soli. Chi possiede questi social? Chi sono i miliardari della Big Tech che nell'ultimo anno sono scesi in campo, non più come arbitri super partes, ma come giocatori attivi, finanziatori di campagne elettorali, o addirittura futuri membri di dipartimenti governativi per l'efficienza?

Chi ha smantellato i team di controllo etico e moderazione dei contenuti appena preso il comando di un social network globale?

Non serve un investigatore privato per unire i puntini. Se il proprietario della piazza digitale ha un interesse politico manifesto, e improvvisamente quella piazza si riempie per il 43% di voci artificiali che urlano tutte in una direzione, non si chiama "coincidenza". Capite ora anche tutto l'interesse su TIK TOK?

Ed attenzione ai patrioti, perché il "Dio Algoritmo" non è patriota, è mercenario.

C'è un altro mito da sfatare. Quando parliamo di manipolazione del web, di attacchi informatici, di bot farm, nella testa dell'uomo comune scatta l'immagine cinematografica anni '90: il ragazzino incappucciato, il genio incompreso che digita freneticamente codici verdi su sfondo nero nel garage della mamma, bucando i sistemi del Pentagono tra una bibita gassata e l'altra.

È un'immagine rassicurante, quasi romantica.
Ed è completamente falsa.

Dietro le quinte di questo disastro non ci sono smanettoni solitari. Ci sono grattacieli di vetro e acciaio. Ci sono consigli di amministrazione dove si decide il destino di miliardi di persone. Parliamo di mega-corporation che spesso hanno bilanci superiori al PIL di intere nazioni.

Le "bot farm" non sono scantinati umidi, sono aziende strutturate, spesso con sedi legali in paradisi fiscali o in stati autoritari, ma con tecnologie comprate e vendute alla luce del sole.

Per farla semplice, se questi decidono di cambiare una riga di codice, possono spostare milioni di voti senza che nessuno stampi un solo manifesto elettorale. Lo studio evidenzia come questa manipolazione possa alterare le preferenze degli indecisi con percentuali bulgare. E lo fanno senza contraddittorio, senza par condicio, senza che un'autorità garante possa bussare alla porta, perché la porta è un server criptato e la chiave ce l'hanno loro.

Siamo tornati, paradossalmente, a una forma di feudalesimo. Noi, i "soldati militanti inconsapevoli", combattiamo le guerre dei nostri signori a colpi di like e indignazione, convinti di esprimere la nostra opinione, mentre stiamo solo eseguendo un ordine impartito da un software.

Se non iniziamo a trattare la sovranità digitale come una delle vere emergenze MONDIALI, rischiamo di svegliarci tra vent'anni in un mondo dove la democrazia sarà solo una skin estetica da applicare al sistema operativo di un regime tecnocratico.

Se pensate che io stia esagerando con la metafora bellica, guardate i bollettini rilasciati dalle stesse piattaforme (che chiaramente bloccano solo le infiltrazioni esterne o che non pagano).
Meta, la casa madre di Facebook e Instagram, dichiara di bloccare regolarmente più di un miliardo di account falsi ogni singolo trimestre. Avete letto bene. Ogni tre mesi, un esercito fantasma vasto quanto l'intera popolazione dell'India prova a sfondare i cancelli digitali per venire a commentare sotto le vostre foto o a spiegarvi per chi votare.

Ecco, quando si parla di difesa, più che di missili e droni, io penserei ad un modo per difenderci da questo.

Paper:
https://www.nature.com/articles/s41598-025-96372-1