Gabriele Venturini
@ilventa

K. te lo dico francamente, hai vinto tu!

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K. te lo dico francamente, hai vinto tu!

Qualcuno di voi ha sentito parlare del caso "He must have got this from K."?
Probabilmente no. Allora lasciate che vi racconti questa storia, poi ognuno trarrà le proprie conclusioni.

Washington D.C., 19 Novembre 2025. Ore 10:42.

Sullo schermo di Barak Ravid, giornalista israeliano il cursore lampeggia un’ultima volta prima dell'invio decisivo.

Il titolo è secco, privo di aggettivi superflui, ma il contenuto è una bomba: gli Stati Uniti stanno segretamente mettendo nero su bianco la fine della guerra in Ucraina.

"U.S. secretly drafting new plan to end Ukraine war"

Non si tratta delle solite voci di corridoio. Esiste un documento. Ci sono 28 punti specifici. Un piano che ridisegna i confini dell’Europa orientale, scritto e protocollato. In pratica il piano viene presentato come piano Trump ma arriva da una fonte che scopriremo essere un pò "particolare".

Qualcuno potrebbe pensare: strano che un documento così cruciale venga anticipato da un giornalista israeliano e non da una delle solite "parate trionfali" trumpiane.
Ma ci sono altre stranezze...

Tra i primissimi commenti al tweet di Ravid (immagine di copertina) spunta il nome di Steve Witkoff. Non un utente qualunque, ma l'Inviato Speciale di Trump per il Medio Oriente, figura chiave anche in questi negoziati.

Witkoff, evidentemente colto di sorpresa e forse credendo di scrivere in privato, ha un impulso fatale e commenta:

"He must have got this from K."
(Deve averlo avuto da K.)

Il panico deve essere scattato subito dopo, perché il commento viene cancellato in fretta e furia. Ma non abbastanza velocemente per la rete.

La casa bianca non commenta, non smentisce, non fa nulla...
e nel giro di pochissimo tempo la notizia è rilanciata da tutti i principali media mondiali come piano "Trump".


Ma chi è K.?

Tutti gli indizi portano a Kirill Dmitriev. E qui la storia si fa interessante, perché Dmitriev è il personaggio perfetto per un romanzo di spionaggio.

È un ibrido: ha un "software" mentale americano installato su un "hardware" di fedeltà russa assoluta.

Dmitriev non è il classico burocrate sovietico grigio e sospettoso. È un prodotto dell'élite occidentale: ha studiato a Stanford, ha preso un MBA ad Harvard, ha lavorato per Goldman Sachs e McKinsey. Parla l'inglese del business, veste come un banchiere di Manhattan e capisce i mercati finanziari.

È la figura perfetta per trattare con uno come Witkoff, che viene dal mondo del real estate e della finanza newyorkese. Parlano la stessa lingua.

Ma attenzione... nonostante il curriculum occidentale, la sua fedeltà al Cremlino è blindata da un legame quasi familiare, la sua vera assicurazione sulla vita. Sua moglie, Natalia Popova, è la migliore amica e vice di Katerina Tikhonova, la figlia minore di Vladimir Putin.

Dmitriev è storicamente l'uomo delle missioni ombra, il back-channel per eccellenza tra Trump e Putin. Non è la prima volta che appare in questi scenari: nel 2017, alle Seychelles, fu proprio lui a incontrare segretamente Erik Prince (fondatore di Blackwater) per tentare di aprire un canale riservato tra la prima amministrazione Trump e Mosca, bypassando la diplomazia ufficiale (Russiagate).

Oggi è tornato a fare esattamente lo stesso lavoro. Mentre i diplomatici ufficiali come Lavrov tuonano in pubblico, Dmitriev si siede in stanze riservate con gli inviati di Trump per scrivere i famosi "28 punti".

Facendo trapelare il piano a Ravid, "K" ha giocato una partita a scacchi magistrale: ha forzato la mano a tutti gli attori. Ha messo all'angolo Zelensky, ha testato la reazione dell'opinione pubblica occidentale, ha costretto Trump a rincorrere la notizia per intestarsi il piano e ha tagliato fuori gli europei.

Sembra evidente una strategia russa lucida e cinica e tanta confusione dall'altra parte.

L'epilogo? Un ultimatum di Trump a Zelensky... "hai tempo fino a bla bla bla per accettare il piano altrimenti te la vedrai da solo bla bla bla..."

Inizia ad esserci qualche malumore, ed è così che ci spostiamo in Canada...

Halifax International Security Forum (Halifax, Nuova Scozia, Canada).

E' il 23 Novembre, qualche giorno dopo il tweet, mentre il "piano in 28 punti" sta incendiando le cancellerie europee e spaventando Kiev, a Washington si è capito che la situazione sta sfuggendo di mano.
Il piano è percepito come troppo filo-russo (una vera e propria resa) e sta creando malumori persino tra i Repubblicani più "falchi" in politica estera.
Dal palco del forum di Halifax Il Senatore Repubblicano Mike Rounds (Membro della Commissione Servizi Armati) pressato dalle domande di giornalisti e alleati preoccupati dichiara di aver ricevuto rassicuarazioni dallo stesso Rubio:

"Non è una nostra raccomandazione, non è il nostro piano. È una proposta che è stata consegnata dalla Russia agli Stati Uniti e che noi abbiamo semplicemente girato all'Ucraina."

Il Cortocircuito (La smentita della smentita)

Qui la storia diventa quasi comica e conferma la confusione totale di quei giorni.

Poche ore dopo che Rounds aveva reso pubblica la rassicurazione di Rubio (cioè che il piano fosse "russo"), lo stesso Marco Rubio è stato costretto a smentire se stesso pubblicamente su X (Twitter).
Probabilmente richiamato all'ordine da Trump o da Witkoff (che non volevano passare per semplici passacarte di Putin), Rubio ha scritto:

"La proposta di pace è stata sviluppata dagli Stati Uniti."

Una figuraccia diplomatica colossale che possiamo riassumere in:

  1. Versione ai Senatori (Privata): "È un piano russo, noi non c'entriamo, state tranquilli."

  2. Versione al Mondo (Pubblica): "È il nostro piano americano."

Ma se il pasticcio diplomatico non fosse già abbastanza per fare notizia, c’è un ultimo dettaglio che i vari 'soloni' nostrani, troppo impegnati a rilanciare le veline della TASS, evitano accuratamente di menzionare.

Tra le righe di quei 28 punti si cela una clausola non scritta, ma brutale: il piano 'accolla' interamente agli Europei i costi astronomici della ricostruzione e della sicurezza. È una divisione dei compiti chiarissima: l'Europa apre il portafogli per pagare i danni, mentre Washington e Mosca si spartiscono gli utili, le terre rare, i territori e le sfere d'influenza.

Ottimo, non credete?
ma tranquilli noi siamo quelli scemi e creduloni.

👍