Decadenza o peso della democrazia?
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Mentre Donald Trump gioca a golf, tra una buca e un selfie, trova comunque il tempo di spiegarci che l’Europa è sul punto di scomparire. Nel documento sulla Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti, scritto in larga parte da Pete Hegseth, il Vannacci americano, si afferma che il continente “sarà irriconoscibile tra vent’anni, o anche meno”, fino a evocare una presunta “fine della civiltà europea”. Un copione stanco, ripetuto, che ricalca l’ideologia di J.D. Vance e che, dettaglio niente affatto trascurabile, trova eco, applausi e ripetitori automatici anche in Europa e più nello specifico in Italia.
Consentitemi però una breve inversione di prospettiva. Nel mio modestissimo ma onesto piano strategico per la sicurezza nazionale, sento il dovere di avvisare gli amici americani di non perdere tempo con le analisi sul nostro stato di salute. Il collasso della civiltà potrebbe annidarsi più vicino a casa loro di quanto immaginino. Tanto per fare qualche esempio sparso: una povertà cronica ormai normalizzata che esplode nelle tent cities all'ombra dei grattacieli; un sistema sanitario che trasforma la malattia in debito; lobby delle armi e delle big tech che scrivono le leggi; bambini con i mitra nelle scuole; interi quartieri divorati dal fentanyl; giornalisti costretti all’esilio; proteste civili represse con l’esercito in strada; un’istruzione che diventa un mutuo a vita.
A questo punto abbracciamoci e decadiamo insieme.
Ma davvero qualcuno pensa che si attacchi con tale insistenza qualcosa di irrilevante? In geopolitica l’irrilevanza non genera documenti strategici, né allarmi esistenziali. Se l’Europa fosse davvero un cadavere, non verrebbe evocata quotidianamente come minaccia, zavorra, alleato infido o problema sistemico. Questa ossessione trasversale, che arriva da Washington come da Mosca, racconta un’altra verità: l’Europa è incompiuta, fragile, ma proprio per questo va fermata ora.
Il lavoro sporco, però, lo fanno anche dall’interno. Una parte della destra europea vive del racconto del declino come di un dogma identitario: l’Europa sarebbe decadente, corrotta, debole per definizione. Una parte della sinistra, dal canto suo, ha scelto la caricatura opposta: un’Europa ridotta a marionetta di banchieri e guerrafondai. Il risultato è identico. Ogni crisi viene brandita come prova definitiva, ogni difficoltà come conferma di una profezia autoindotta. L’attacco esterno non solo viene recepito, ma rilanciato con entusiasmo. Si passa senza soluzione di continuità dai ghigni di Travaglio ai sorrisi storti di Belpietro: stili opposti, compiacimento perfettamente sovrapponibile.
Ma il punto più imbarazzante arriva quando lo sguardo si sposta su quella che dovrebbe essere l’area politica più vigile sul piano morale: una certa sinistra europea. Qui la smemoratezza diventa sistemica. Davanti a un cosiddetto “negoziato di pace” messo in scena da immobiliaristi, uomini d’affari e faccendieri, americani e russi senza distinzione, scatta un entusiasmo sconclusionato.
La parola “pace” viene usata come detergente etico universale, come per greenwashing andrebbe coniato il termine "Peacewashing": lava tutto, giustifica tutto, assolve tutti. Anche le scene più ripugnanti, anche le passerelle di potere autoritario, diventano improvvisamente accettabili.
È chiaro che in questo contesto, il peso della democrazia diventa oggetto di scherno. Il confronto, il dissenso, la trasparenza vengono percepiti come difetti sistemici. Si fa fatica a capire dibattiti infiniti, conflitti politici, proteste, migrazioni, scandali, inchieste, politici sotto accusa. Chiamano tutto questo “decadenza”. Non capiscono, o fingono di non capire, che è esattamente così che funziona una società aperta. Qui i problemi non si occultano, si espongono. La corruzione non viene insabbiata e nascosta, finisce sui giornali e nei tribunali.
No, l’Europa non è al collasso, è semplicemente sotto assedio.
Da est, dove il suo modello di società aperta rappresenta una minaccia simbolica; da ovest, dove la sua autonomia è tollerata solo finché resta subordinata e disciplinata; dall’interno, dove viene logorata da chi costruisce consenso e carriere sul suo indebolimento.
Difenderla non significa raccontare favole consolatorie o ignorare difetti, errori e contraddizioni. Significa semplicemente completarla. Liberarla dai veti tossici degli Orbán di turno, dotarla di una reale capacità decisionale e strategica.
Permetterle di agire come un’unica entità politica senza cancellare le identità nazionali. Tranquilli nessuno vi toglierà la carbonara!
Questo non è declino. È semplicemente il costo della democrazia. Il problema è che sempre più persone, in Europa come altrove, sembrano considerare quel costo eccessivo. Quando lo si giudica insopportabile, la tentazione di guardare ai modelli autoritari diventa forte. Eppure i rischi di questo ammaliamento dovrebbero essere ben presenti, soprattutto per noi…