Gabriele Venturini
@ilventa

All'origine del "Proteggere le minoranze"

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All'origine del

Se aveste comprato il Chicago Sunday Tribune la mattina del 17 settembre 1939, vi sareste trovati davanti a una prima pagina che oggi farebbe venire un brivido freddo lungo la schiena a chiunque abbia seguito, anche solo distrattamente, le cronache degli ultimi tre anni.

Il titolo a caratteri cubitali urlava:

"SOVIETS INVADE POLAND".

Ma è il sottotitolo, cerchiato metaforicamente dalla storia, a svelare un copione già visto. Lì, in piccolo, si leggeva la motivazione ufficiale fornita da Mosca: i russi avevano attraversato il confine per:

"PROTECT MINORITIES"

(proteggere le minoranze)

Nello specifico, Stalin dichiarava al mondo che l'Armata Rossa non aveva altra scelta se non entrare con i carri armati per "salvare" i compagni che vivevano nell'Est della Polonia.

Suona familiare? Dovrebbe.

Ma a onor del vero, e per dare a Cesare quel che è di Cesare (o meglio, al Fuhrer quel che è del Fuhrer), va detto che Stalin stava spudoratamente plagiando.

Il brevetto originale di questa truffa morale appartiene infatti ad Adolf Hitler. Un anno prima, nel 1938, aveva annesso i Sudeti piangendo lacrime di coccodrillo per i tedeschi "oppressi" dalla Cecoslovacchia.

Stalin, che evidentemente prendeva appunti, capì subito il potenziale della scusa: non sei un invasore se ti travesti da soccorritore.

Così, mentre sui giornali si parlava di "salvataggi umanitari", nelle stanze segrete i due dittatori si erano già spartiti la Polonia con il Patto Molotov-Ribbentrop.

Oggi la tecnica del "Cavallo di Troia delle minoranze" è stata rispolverata, digitalizzata e applicata con zelo in Ucraina.

(Piccolo disclaimer: se dopo questa frase avete dedotto che io stia negando la crisi del Donbas pre-2022, vi consiglio di non andare avanti. Vi risparmio dieci minuti di lettura e un inutile travaso di bile).

Il copione recitato è da manuale: individuare una frattura linguistica (resa incandescente da alcune leggi di Kiev che, nel tentativo di rafforzare l'identità nazionale, hanno limitato l'uso del russo in scuole e uffici servendo un assist formidabile alla propaganda nemica), allargarla finanziando il caos, distribuire passaporti (la vera innovazione rispetto al '39) e poi intervenire per difendere i "nuovi cittadini".

Ma è proprio qui, quando si gratta la superficie della retorica umanitaria, che emerge un paradosso macabro. Numeri che nessun "giustificazionista" riesce a spiegare.

Sì, parliamo di numeri, per quanto cinico possa sembrare.

La Russia sostiene di aver invaso l'Ucraina su larga scala per fermare un presunto "genocidio" in Donbas. Ebbene, i rapporti dell'ONU (non della NATO, dell'ONU) ci dicono che negli anni precedenti l'invasione del 2022, il numero di civili morti nel conflitto a bassa intensità in Donbas era drasticamente calato, contandosi nell'ordine delle decine all'anno (su entrambi i fronti).

Ogni morte è una tragedia, sia chiaro.

Ma scatenare una guerra totale che ha causato, secondo le stime più prudenti, centinaia di migliaia di morti, raso al suolo intere città russofone come Mariupol e costretto alla fuga milioni di persone, per "salvarne" alcune decine, è una logica che non sta in piedi nemmeno se la puntelli con la propaganda e la fede più ferrea.

È come decidere di curare un'unghia incarnita amputando l'intera gamba del paziente con una motosega arrugginita.

E allora, se la matematica della salvezza non torna, forse dobbiamo guardare altrove. Magari al portafoglio, che con gli imperialisti non si sbaglia mai.

Perché c'è una "curiosa coincidenza" geografica che spesso sfugge ai difensori delle minoranze oppresse di tutto il mondo: queste povere anime da salvare vivono quasi sempre sopra a giacimenti minerari strategici.

Il Donbas non è solo steppa e nostalgia sovietica. È il cuore industriale dell'area, una delle regioni più ricche d'Europa per materie prime, carbone e, guarda un po', terre rare e litio. Non è un caso se i negoziati, dietro le quinte, sembrano spesso portati avanti da affaristi e contabili più che da veri politici e diplomatici.

È strano, vero? La difesa delle minoranze sembra avere una predilezione naturale per le zone "ricche".

Tornando al 1939, anche allora c'erano i "giustificazionisti". Intellettuali che nei salotti analizzavano i fatti con frasi del tipo: "Eh, ma Stalin deve pur proteggere i suoi...".

La storia ha poi spazzato via quelle opinioni, lasciando sul campo solo i fatti: spartizione e imperialismo.

Ci vorrà tempo per storicizzare il conflitto in Ucraina.

La nebbia della guerra è ancora fitta e la propaganda, su entrambi i fronti, è troppo asfissiante.

Ma un giorno è molto probabile che sotto la voce "Invasione dell'Ucraina", non troveremo scritto "Operazione di salvaguardia delle minoranze", magari con la foto di Putin che si inchina commosso di fronte alla tomba del profeta della non-violenza Gandhi.

E ora, non abbassate la guardia cari sudeti.

A ovest potrebbe essere già in cantiere una nuova "operazione di salvaguardia" di un altro aspirante Gandhi, questa volta per proteggere i cittadini americani dal flagello del Fentanyl. La destinazione è il Venezuela. Chissà se anche lì, per pura coincidenza, la rotta umanitaria finirà per incrociare le più grandi riserve di petrolio del mondo.