1930. 1948. 1989.
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Tre date. Un filo rosso che attraversa la storia della giustizia italiana.
Il 1930 è l’anno del Codice Rocco: il pilastro giuridico del fascismo (e non solo). Un sistema inquisitorio in cui, semplificando, lo Stato accusa, indaga, valuta e decide, mentre l’imputato è un oggetto del processo, non un soggetto titolare di diritti.
Il 1948 è l’anno della Costituzione repubblicana: presunzione di innocenza, diritto di difesa, giusto processo. Un rovesciamento totale del paradigma autoritario.
Il 1989 segna l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, frutto della cosiddetta "Riforma Vassalli", approvata nel 1988. Un tentativo, tardivo ma necessario, di allineare finalmente il processo penale italiano ai principi della democrazia costituzionale.
Guardiamo bene queste date.
Tra la nascita della Repubblica e l’effettivo superamento del Codice Rocco passano oltre quarant’anni.
Per quattro decenni, l’Italia antifascista ha continuato a processare i propri cittadini con le regole concepite per una dittatura. Ma il vero paradosso non è questo ritardo storico. Il vero paradosso è l’oggi.
È bene chiarirlo subito, per evitare equivoci e caricature:
nessuno sostiene che oggi sia in vigore il Codice Rocco.
Formalmente, il sistema inquisitorio è stato superato.
Il problema non è il rito.
Il problema è il modello reale di funzionamento del processo.
La riforma Vassalli introdusse il principio accusatorio:
la verità non si forma più nelle stanze chiuse dell’istruttoria,
ma in aula, nel contraddittorio tra accusa e difesa,
sotto lo sguardo di un giudice terzo e imparziale.
Questo era il progetto.
Ma la sua realizzazione è rimasta incompleta.
L’attuale sistema è un ibrido... accusatorio sulla carta,
ma ancora segnato, nella struttura e nella cultura, da residui inquisitori.
Il Pubblico Ministero è formalmente una parte, ma appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide formazione, carriera, valutazione e cultura professionale.
Il giudice, che dovrebbe essere un arbitro distante, rischia di apparire, e talvolta di essere, un soggetto che proviene dallo stesso "corpo" dell’accusa.
Non è una questione di mala fede individuale.
È una questione sistemica.
Qui sta un punto decisivo, spesso rimosso dal dibattito pubblico.
Giuliano Vassalli non era un “garantista per convenienza” né un avvocato di potenti. Era un giurista di altissimo livello, partigiano, antifascista, socialista, uno dei padri nobili della cultura costituzionale italiana.
Quando divenne Ministro della Giustizia, aveva una convinzione chiara: l'Italia democratica stava ancora giudicando i cittadini con categorie mentali e strutture concepite nel 1930.
La riforma del 1988 fu il frutto di compromessi durissimi.
Lo stesso Vassalli parlò più volte di una riforma incompiuta, consapevole che molte delle resistenze corporative e politiche avevano impedito di realizzare fino in fondo il modello accusatorio.
Non tutto ciò che non entrò nella riforma fu escluso per scelta teorica. Molto fu escluso perché politicamente impraticabile.
Ed eccoci al presente.
Oggi, chiunque provi a discutere dell’effettiva terzietà del giudice o dell’equilibrio tra accusa e difesa, viene spesso accusato di voler “attaccare la Costituzione” o di voler “indebolire la giustizia”.
È una distorsione del dibattito.
In un Paese istituzionalmente maturo, una proposta di riforma sarebbe il punto di partenza di una discussione parlamentare: si emenda, si corregge, si migliora.
Da noi, invece, su certi temi scatta il boicottaggio preventivo.
Non si entra nel merito: si difende lo status quo come un totem intoccabile.
Fino ad arrivare al parodosso dei paradossi con chi oggi si presenta come custode dell’eredità antifascista e costituzionale che finisce, spesso inconsapevolmente, per difendere proprio quegli elementi di continuità strutturale con il modello del 1930 che la riforma Vassalli voleva superare.
Difendere l’assetto attuale come se fosse il compimento del progetto di Vassalli significa ignorare la natura incompiuta di quella riforma e cristallizzare un sistema che continua a portarsi dietro le ombre del suo passato.
E questa, più che una battaglia ideologica, è una rimozione storica.